Glossario
Glossario completo della terminologia delle arti marziali
Breve meditazione silenziosa in seiza all'inizio e alla fine dell'allenamento, letteralmente «contemplazione silenziosa». Si conclude con il comando mokuso yame.
Fascia sacra di corda che il lottatore di muay thai indossa durante il wai kru e il ram muay. Prima dell'incontro l'allenatore gliela toglie.
Tipo di combattente di muay thai che vince con la tecnica, il tempismo e la gestione della distanza. Si citano come esempio Samart Payakaroon o Saenchai.
Tipo di combattente di muay thai che vince con le ginocchia e il clinch. Pressa di continuo, accorcia la distanza e nel clinch attacca il tronco con le ginocchiate.
Tipo di combattente di muay thai che vince soprattutto con i pugni. Completa le combinazioni di pugni con calci alle cosce.
Manichino di legno, attrezzo di allenamento soprattutto nel wing chun. Ha tre braccia e una gamba e vi si esercitano parate, colpi e lavoro dei piedi.
Stato mentale che non si attacca a un pensiero né a un'emozione e perciò reagisce in modo spontaneo. Il concetto viene dallo zen, nella scherma lo introdusse il monaco Takuan.
Nome collettivo di tutte le proiezioni nel judo e nel jujutsu. Il Kodokan ne elenca 68 e le divide in proiezioni da in piedi e proiezioni con sacrificio del proprio equilibrio.
Termine thailandese per un combattente di muay thai o di pugilato. La combattente si chiama nak muay ying.
Divisione delle arti marziali cinesi in stili interni (taijiquan, baguazhang, xingyiquan) e stili esterni, per esempio quelli di Shaolin. Il confine è più tradizionale che preciso.
Attrezzo dello hojo undo: giare di ceramica piene di sabbia, tenute con le dita per il bordo del collo. Rafforzano presa, braccia, spalle, schiena e gambe.
Cintura della divisa da allenamento, che tiene la giacca e con il colore indica il grado. Si annoda con il nodo koma-musubi, simile a un nodo piano.
Gruppo di tecniche del judo con cui l'avversario viene tenuto sulla schiena a terra. Venti secondi di controllo ininterrotto valgono ippon in gara.
Esclamazione che nel Kyokushin, parte del karate, e nel BJJ sostituisce sia il saluto sia la risposta «capito». I caratteri 押忍 significano spingere e sopportare.
Tamburello brasiliano con piattini lungo il bordo. Nella roda di capoeira affianca il berimbau e l'atabaque.
Termine indonesiano e malese per un maestro di pencak silat, nel linguaggio comune anche un eroe o un guerriero.
Fascia di stoffa legata al braccio del lottatore di muay thai per fortuna e protezione. A differenza del mongkhon resta al braccio anche durante l'incontro.
Concetto cinese di energia vitale, respiro e vitalità. In giapponese ki, in coreano gi. Nelle arti interne la coltivazione del qi è l'obiettivo principale dell'allenamento.
Danza rituale prima di un incontro di muay thai, che segue il wai kru. I movimenti variano a seconda della palestra e del maestro.
Pratica libera nel judo, nell'aikido, nel jujutsu e in alcuni stili di karate. I compagni provano le tecniche contro una resistenza reale, ma senza l'obiettivo di vincere.
Maglia elastica aderente per il grappling senza kimono, il BJJ no-gi e l'MMA. Protegge la pelle dalle abrasioni e non si può afferrare.
L'inchino e, in generale, il rispetto nelle arti marziali giapponesi. Ci si inchina in piedi (ritsurei) e in ginocchio (zarei) entrando nel dojo, davanti al partner e all'insegnante.
Insieme di regole di buona condotta, letteralmente «legge del rispetto». Nelle arti marziali regola gli inchini, il modo di sedersi, l'abbigliamento e l'uso delle armi.
Combinazioni nel judo: la prima tecnica provoca una reazione dell'avversario, che l'attaccante sfrutta subito per una seconda. Il corrispettivo sono i contrattacchi kaeshi-waza.
Principio del krav maga: difesa e contrattacco si susseguono senza interruzione finché l'aggressore è neutralizzato o ci si può allontanare in sicurezza.
Cerchio di giocatori e musicisti all'interno del quale si gioca la capoeira. Musica, canto e battiti di mani determinano il ritmo e il carattere del gioco.
In giapponese «corrente», nel senso di scuola o stile. Suffisso dei nomi di stili e antiche scuole: Goju-ryu, Wado-ryu, Katori Shinto-ryu.
Titolo coreano di istruttore di arti marziali. Ci si rivolge a lui con cortesia come sabeomnim. Si scrive con gli stessi caratteri dello shihan giapponese.
Scambio rapido e caotico nel combattimento a terra, in cui nessuno ha il controllo ed entrambi cercano di raggiungere una posizione migliore.
Superficie di colpo del pugno nel karate: le nocche di indice e medio. Letteralmente «pugno corretto», base dei colpi diretti zuki.
Posizione formale giapponese in ginocchio seduti sui talloni, letteralmente «seduta corretta». Nel dojo ci si inchina, si medita e si pratica l'iaido e parte dell'aikido.
Colpire l'avversario nel momento in cui inizia ad attaccare. Uno dei tre modi di prendere l'iniziativa, la cui interpretazione esatta varia tra le scuole.
Collega più anziano nel dojo, a scuola o in azienda, che ha iniziato prima. Verso i kohai più giovani ha il dovere di aiutare e consigliare, ed essi gli mostrano rispetto.
Appellativo giapponese per l'insegnante, letteralmente «colui che è nato prima». Nel dojo spetta a chi dirige l'allenamento, in Giappone anche a medici o avvocati.
Esercizio a vuoto contro un avversario immaginario. Il pugile o lottatore combina colpi, calci, schivate e lavoro di gambe senza partner e senza attrezzi.
Incontro di gara nelle arti marziali giapponesi, letteralmente «messa alla prova reciproca». A differenza del randori, ha un arbitro, regole e un vincitore.
Titolo onorifico di un insegnante di alto rango. Letteralmente «insegnante esemplare». Chi lo riceve e a quali condizioni lo stabilisce ogni organizzazione in modo diverso.
Preparazione dei lottatori di sumo prima dell'incontro. Si fronteggiano ripetutamente accovacciati, si guardano negli occhi e lanciano sale finché il tempo non scade.
Tecniche di strangolamento nel judo e nel jujutsu. Il Kodokan ne elenca dodici e in gara finiscono con ippon quando l'avversario si arrende o perde i sensi.
La triade di mente, tecnica e corpo. Esprime l'ideale di sviluppare le tre componenti in modo uguale, perché nessuna basta da sola.
Il primo grado di maestria, letteralmente «grado iniziale». Nel 1883 Kano Jigoro lo conferì per la prima volta nelle arti marziali a due allievi.
«Mente del principiante»: apertura e disponibilità a imparare che il praticante deve mantenere anche da maestro. Il concetto viene dallo zen.
Proiezioni e atterramenti come una delle quattro abilità delle arti marziali cinesi: calci, colpi, proiezioni e leve. Si sono sviluppate in modo autonomo nella lotta shuai jiao.
Allenamento duro e prolungato in cui il praticante si perfeziona fisicamente e mentalmente. La parola viene dal buddismo, dove indica la pratica ascetica.
Taglio della mano aperta dal lato del mignolo, letteralmente «spada di mano». Nel karate serve per i colpi shuto-uchi e per le parate shuto-uke.
Appellativo dell'insegnante nelle arti marziali cinesi. In cantonese sifu, in mandarino shifu. I caratteri 師父 significano «insegnante padre».
Appellativo per il maestro del proprio maestro, letteralmente «maestro nonno». Fa parte della gerarchia familiare delle scuole cinesi di arti marziali.
Appellativi del condiscepolo maggiore (sihing) e minore (sidai) dello stesso maestro. Decide il momento d'ingresso nella scuola, non l'età. Analogo a senpai e kohai giapponesi.
Esercizi ritmici con due bastoni nelle arti marziali filippine. I colpi si intrecciano come le strisce di una stuoia tessuta.
Principio di movimento del taekwondo ITF: il baricentro prima si alza durante il passo e poi scende nella tecnica. La traiettoria del corpo ricorda una sinusoide.